Il lato oscuro del private credit


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Investire nel private credit non è per tutti. Richiede pazienza e la consapevolezza che, una volta entrati in questa asset class, non è possibile uscire dall’investimento senza un adeguato preavviso. E, benché siano previste, le finestre di uscita periodiche non sono garantite.

Gli Eltif 2.0 sono nati per favorire l’accesso a classi di attività illiquide anche ai piccoli investitori. Ormai si possono sottoscrivere anche con 1, 1000 o 10mila euro. Ma a cosa bisogna prestare attenzione quando ci viene proposta questa tipologia di investimento? Quali sono le domande da porsi e da porre al consulente/gestore che ci offre tale opportunità di diversificazione del portafoglio? I rendimenti prospettati sono allettanti, ma è fondamentale valutare rischi e vincoli specifici. L'accesso a queste soluzioni richiede una profonda consapevolezza finanziaria sia da parte dei distributori che dei clienti finali, che vanno supportati con un vero proprio percorso educativo.

Gli scricchioli avvertiti a più riprese nell’ultimo anno sul mercato del private debt americano, sollevano forti preoccupazioni sulla qualità dell’ormai imponente credito elargito alle imprese da realtà non bancarie. L’opacità del settore, caratterizzato da eterogeneità dei portafogli, elevata leva finanziaria, bassa liquidità e mancanza di riferimenti di mercato univoci per valutarne la redditività, complica la valutazione dell’investimento. Quali passi in avanti, non solo in termini di maggiore trasparenza, deve compiere a questo punto il settore per riconquistare la fiducia dei mercati e poter così convogliare capitali privati verso l'economia reale?


Con l’intervento di: Giovanna Frati, Nicolò Miscioscia, Andrea Pescatori, Vitaliano D'Angerio, Lucilla Incorvati

A cura di: Plus24
Serie: SdR26
Data: 7 Maggio alle 10:45